Dietro l’acronimo: le ragioni di GLBTQIA

a cura di Eleonora Caravello

GLBTQIA è uno degli acronimi utilizzati per indicare persone che si riconoscono come appartenenti ad una comunità gay, lesbica, bisessuale, transessuale, queer, intersessuale e asessuale.

L’acronimo ufficiale è LGBT, uno degli ultimi proposti è LGBTTTIQQA, ma non sembra avere attecchito.

Oltre alle categorie trasparenti di gay, lesbica e bisessuale si fa menzione di transessuale e transgender: per il primo si intende chi transita da un sesso all’altro, chi si identifica con il sesso opposto a quello di nascita e nutre un desiderio intenso di cambiare la propria conformazione sessuale per vivere in sintonia con la percezione profonda di sé. L’esperienza transessuale ha percorsi diversificati tra maschi e femmine, riconosciuti a livello internazionale da una sigla: MtF (Male to Female) e FtM (Female to Male). Quando la persona transessuale decide di armonizzare corpo e mente, di sintonizzare sesso e genere, avvia un percorso di adeguamento comunemente detto transito, che consiste in cure ormonali e ricorso alla chirurgia plastica ed estetica. Il transito, e quindi l’esperienza transessuale, può considerarsi concluso con l’operazione di cambio di sesso, effettuata la quale la persona sarà riconosciuta con il sesso e il genere di arrivo. Per questo bisogna rivolgersi, e non solo per buona educazione e cortesia, rispettando le concordanze relativamente all’identità di genere della persona in questione.

Il termine compare la prima volta nel 1949, quando il dottor Cauldwel in “Sexology Magazine” descrive il caso di una ragazza che desidera “ossessivamente essere un uomo”. Il termine fu poi ripreso nel 1953 dal dottor H. Benjamin che pubblica il lavoro “Travestitismo e Transessualismo” sull’“International Journale of Sexology”, introducendolo così nel vocabolario scientifico.

Con il termine anglosassone Transgender, invece, si identifica chi, deliberatamente o per vocazione, resta lontano dalle identità fisse e dalla sessualità ascritta (Del Pozzo-Scarlini 2006, pp. 254-257).

Queer letteralmente in inglese indica chi è ‘strano, bizzarro, fuori dall’ordinario’; diffusa è l’idea che si tratti di un termine ombrello la cui denominazione è scelta da tutti coloro i quali non accettino alcun tipo di classificazione ed etichettamento.

Nella lingua inglese il termine in una prima fase era impoiegato con valenza di epiteto ingiurioso, riferito a persone omosessuali e trans (l’equivalente di italiano frocio). Più tardi, proprio coloro contro i quali il termine veniva usato decisero di riappropriarsene e di servirsene nella lingua corrente, finendo per smorzarne la carica offensiva. Le persone che si definiscono queer rifiutano le tradizionali identità di genere (uomo, donna) tanto quanto le categorie dell’orientamento sessuale (gay, lesbica, bisessuale ed eterosessuale).

L’elaborazione queer contesta quindi l’eteronormatività prevalente nella cultura e nella società che postula l’esistenza di una norma eterosessuale e binaria, classificando chi se ne discosta come appartenente a una minoranza deviante (Del Pozzo-Scarlini 2006, pp. 214-216).

A introdurre questo termine in italiano è stata Teresa De Lauretis nel 1991, la quale ne suggerisce l’uso in sostituzione della formula gay e lesbica comunemente utilizzata per indicare la realtà omosessuale nel suo insieme, ma ritenuta inadatta a tener conto delle differenze tra gay e lesbiche (l’idea di identità condivisa per via della comune oppressione e discriminazione finiva per lasciare sullo sfondo le differenze).

Gli intersessuali, ai quali popolarmente ci si riferisce con il termine ermafroditi, sono le persone che nascono con genitali intermedi tra maschio e femmina, raramente con i due apparati al completo come nelle leggende (Baird 2003, pp. 107-121).

Si tratta di una condizione che riguarda un numero di individui maggiore di quanto i più ritengano: sembra infatti che negli Stati uniti la percentuale di neonati intersex superi il 4% (vale a dire circa dieci milioni di bambini l’anno).

Si tratta di un genere complesso, sintomatico del fatto che in natura non esiste l’assoluto. Ogni individuo inizia infatti la propria vita con una comune anatomia embrionale che poi si differenzia a seconda della presenza o meno del cromosoma Y, responsabile dell’attivazione della produzione di testosterone, dei relativi recettori cerebrali e della formazione dei testicoli. Lo sviluppo di questi fattori non implica però l’annullamento delle restanti caratteristiche che, pur non sviluppandosi, rimangono nell’organismo allo stato latente.

Della condizione intersex si occupa la bioetica oltre che la chirurgia, alla quale si ricorrere per la riassegnazione chirurgica del sesso.

Le persone che si definiscono asessuali sono quelle persone che sostengono di non sentire alcuna pulsione sessuale.

 

Per approfondimenti

<http://www.governo.it/bioetica/pareri_abstract/testo_20100225.pdf>

<http://www.formazione.unimib.it/DATA/hot/677/balocchi.pdf>

<http://www.nytimes.com/2013/01/10/fashion/generation-lgbtqia.html?pagewanted=all&_r=0>

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