San Coso e Santa Cosa

a cura di Diego Scipioni

I (micro)corpora

San Coso: metafore maschili
Santa Cosa: metafore femminili
San cosare: metafore religiose per l’atto sessuale

Un gergo sui generis: le parole del sesso come metafore del linguaggio della religione 

Il linguaggio erotico e quello sacro, del quale il religioso è in un certo senso una specializzazione, sono insieme a quelli della malattia e della morte i più interessati dai fenomeni  di interdizione. Ma le forme in cui l’interdizione si manifesta, a valle di una salda pregiudiziale d’uso, divergono sensibilmente sulla falsariga di una fondamentale dicotomia linguistica e sociolinguistica: tanto il linguaggio erotico pertiene alla lingua viva e, interdizione o meno, tende ad estendersi con gli usi traslati sugli altri linguaggi, quanto quello religioso è più settoriale, elitario e concluso, meno aperto alle trasformazioni. Un linguaggio “per tutti”, che ognuno usa e trasforma in modo relativamente libero, contro un linguaggio “per pochi”, che non tutti comprendono e per certi versi intangibile, se non addirittura salvaguardato giuridicamente (si pensi ai sostituti del nome di Dio nella cultura ebraica, o ai nomi sacri delle religione antiche, anche quella romana).

In una dialettica in cui i due termini della relazione sono pressoché antitetici, in che forme il linguaggio erotico si appropria di quello religioso? Non lo fa per un’istanza censoria, non più per l’inibizione in atto al momento di verbalizzare; le parole della religione vengono piuttosto mutuate come strumento di un gioco linguistico, e non si tratta più di tabù ed eufemismo, ma di parodia e iperbole. Se il parlante a causa dei tabù cerca di non pronunciare le parole proibite, in questo caso sfrutta il senso del sacro per renderle ancora più proibite. La sacralità del linguaggio religioso, dal canto suo, si presta quasi per definizione ad essere dissacrata, e i relativi tratti semantici ad essere cambiati di segno; quello che nel linguaggio religioso era *denotativo, nel nuovo *gergo diventa *connotativo.

Il livello letterale di una metafora “erotico-religiosa” è tutt’altro che neutro, come accade invece per metafore come “il coso” e “la cosa”, termini anzi generici per eccellenza. Definire allora per traslato l’organo riproduttivo  “reliquia” (v.), che è un oggetto reale, culturale e cultuale atto a creare un legame tra la dimensione terrena e quella trascendente, implica un’istanza dissacratoria e parodistica estrema, quasi straniante, basata su un meccanismo retorico complesso. Di metafora, tradizionalmente la “sostituzione di una parola con un’altra il cui senso letterale ha una qualche somiglianza con la parola sostituita” (Mortara Garavelli 2010: 10), a rigore non si potrebbe parlare se non considerandone il meccanismo profondo. La sostituzione avviene con una parola che invece di somigliare differisce, per contrasto quindi, per negazione, e proprio per i tratti semantici più salienti della sfera religiosa: la sacralità, la trascendenza e la ieraticità stridono con la mondanità e l’inverecondia, e più i primi sono forti, più i secondi sono efficaci come parodia. Talvolta le due modalità – somiglianza e differenza – cooccorrono, quando un oggetto della liturgia, ad esempio, viene accomunato a parti del corpo per affinità di forma (il “cero”), ma l’intento non viene meno. In questi casi si potrebbe discutere, semmai, su quale sia l’istanza primaria, laddove ci fosse.

A consentire evoluzioni semantiche tanto sofisticate è proprio quella tendenza del lessico erotico ad appropriarsi di tutti gli altri lessici, anche specialistici; come è facilmente esperibile nel quotidiano (massicciamente, ad esempio, nella pubblicità), qualunque oggetto, qualunque esperienza, qualunque situazione possono prestarsi al doppio senso. La conseguenza più vistosa è nella natura del lessico che ne risulta, non più eufemistico ma enfatico, aumentato, talvolta parossistico: in termini linguistici, a *pregnanza di significato o semanticamente denso. Né è da meno la conseguenza in termini di quantità: il catalogo lessicale si presenta straordinariamente articolato sul piano semantico: strutture e catene di significato del lessico di partenza, religioso, si proiettano, replicano e moltiplicano in quelle di arrivo, metaforico. Così per l’irradiazione sinonimica di sonare, che, a partire da una delle possibili espressioni di cui è membro, ha generato una ricchissima famiglia: sempre con il medesimo significato di ‘compiere l’atto sessuale’, si può sonare a doppio, a festa, (a) mattutino, a messa, a vespro, le campane. Campane che a loro volta sono parte di una costellazione metaforica, per cui la campana è l’organo femminile e il campanaio l’attore dello scampanellio, mentre il battaglio, soprattutto nella variante batacchio, è metafora popolare ancora attiva.

Il linguaggio religioso, dal canto suo, per quanto conservativo e chiuso su se stesso ha da sempre fornito materiale in abbondanza alla fantasia dei parlanti. Il suo carattere esoterico, misterico e specialistico non ne ha mai impedito un uso vulgatissimo, in area romanza già a partire dal medioevo latino e dal latino ecclesiastico, quando l’estensione dello iato con la lingua parlata era massimo. E tuttavia l’abbassamento, quando addirittura involontario, non implica necessariamente parodia: paretimologie, errate segmentazioni e risemantizzazioni sono straordinariamente attestate in tutti i dialetti italiani. Spesso criptiche, ridotte a mero flatus vocis, le formule latine fornivano un materiale straordinario per un gioco linguistico articolato e nel quale l’intento dissacratorio di matrice erotica era solo uno di quelli possibili.

Il gergo erotico-religioso dell’italiano

Il corpus presentato (diviso in tre corpora) è quasi esclusivamente letterario, per almeno due ragioni: la difficoltà di esemplificare significativamente varietà popolari e, viceversa, l’abbondanza di attestazioni negli autori, sia singolari sia confluite nella tradizione. Ma si tratta soprattutto dell’importanza che i traslati erotico-religiosi hanno avuto per una certa cultura, comunque alta,  e in alcuni generi letterari, perlopiù colti. Che in ciò si voglia vedere o meno, con Bachtin, il recupero verso l’alto della cultura bassa, generi come novellistica e commedia non prescindono dall’istanza mimetica e quindi dal recupero delle varietà orali; nell’altra direzione, molte sono invece le attestazioni di matrice esclusivamente colta. Il rischio è piuttosto quello di tralignare dalla linguistica alla storia letteraria, che comunque resta, per l’italiano, imprescindibilmente sullo sfondo. Nella scelta degli esempi, quindi, la rilevanza linguistica e storico-linguistica restano il principale discrimine.

Nella prosa l’elemento erotico-religioso, come sottocodice di quello erotico, è primigenio. Già il Decameron possiede infatti una certa compiutezza di repertorio linguistico e narratologico, e come tale resta insuperato per tutti i compilatori posteriori, se gli epigoni di Boccaccio, per invenzione linguistica, non si discostano di molto dal suo tracciato. Né fanno eccezione i generi poetici in cui l’elemento è centrale, la poesia nenciale e quella erotico-burlesca, che pur ne fanno tesoro per le possibilità espressive.

Prima grande eccezione il Novellino di Masuccio Salernitano, non a caso incluso nel primo Indice dei libri proibiti (1558). La raccolta, caustica per stile e linguisticamente violenta, diventa scabrosa nei componimenti misogini e in quelli antiecclesiastici. Per il linguaggio erotico-religioso una delle più alte espressioni in italiano, se non la più alta. Il lessico è marcatamente *idiolettico, e anzi neologismi e espressioni di nuovo conio sono la vera cifra stilistica dell’opera. Traslati come dare la remissionepervenire ai doni dello Spirito Santo, entrambi per ‘atto sessuale’, sono tanto straordinariamente appropriati nel contesto letterario specifico quanto troppo puntuali per essere intellegibili al di fuori di esso. La programmatica distorsione linguistica del Novellino non nega i modelli precedenti, ma sfrutta la lingua in misura e forme sconosciute alla letteratura precedente, che pur, già da Boccaccio, aveva fatto di una più edulcorata satira anticlericale un vero e proprio leitmotiv.

Neanche l’autore italiano di genere più fortunato in Europa, Pietro Aretino, sceglie la maniera di Masuccio. All’alta qualità letteraria e linguistica delle Sei giornate (nel quale la fondamentale edizione di Giovanni  Aquilecchia ha accorpato le “tre più tre” giornate di Ragionamento e Dialogo), salace satira misogina e parodia dei manuali di comportamento rinascimentali, non corrisponde la stessa rilevanza linguistica per il gergo erotico-religioso. La prima parte del Ragionamento, in particolare, tratta del monachesimo femminile per scagliarsi contro la donna: i temi sono anzitutto sessuali, il tratto distintivo l’iperbole erotica, ma la satira resta soprattutto di contenuto. Neanche nell’opera più fortunata fuori dall’Italia, i cd. Sonetti lussuriosi, l’elemento linguistico religioso va al di là di un uso poco più che rapsodico.

La reazione della Chiesa, quando c’è, è politica. La censura ecclesiastica ha i mezzi per intervenire di forza (e il bando comminato al Novellino ne è l’esempio più rilevante) e lo fa più diffusamente all’indomani della Controriforma, quando, per giunta, va scemando l’interesse per generi letterari probabilmente in esaurimento dopo tre secoli di storia pregressa. Tuttavia è ancora notevole la lezione del Belli, satirico di una Roma troppo papale e clericalizzata perché i temi religiosi non siano centrali, ma anche troppo popolare perché essi non siano accostati con facilità a quelli erotici, e forte di una lingua che di religione è pervasa fino ai livelli più bassi della vulgata. E in Belli troviamo anche un puntuale testimone della lingua orale, come quando registra un ricchissimo catalogo di metafore, maschili e femminili, nei sonetti Er padre de li santi La madre de le sante. Di religioso solo l’eco scherzosa nel titolo e poche attestazioni, ma i due componimenti sono una vera lezione di sociolinguistica. Lo è soprattutto il primo, nel quale sono elencati ben 53 sinonimi per l’organo maschile, dei quali – chiarisce Belli – 46 sono popolari (due religiosi), 5  medico-specialistici e 2 colti.

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