Sociolinguistica (in pillole)

di Filomena Pastore

«[…] chi parla quale varietà di quale lingua, quando, a proposito di che cosa e con quali interlocutori. E vi possiamo aggiungere   come, perché e dove» (J. Fishman, cit. in G. Berruto, La sociolinguistica, cit., p. 5.)

Questa l’icastica definizione che J. Fishman fornisce della sociolinguistica, «lo studio della lingua in rapporto con la società» (R. A. Hudson, Sociolinguistica, traduzione italiana a cura di A. Varvarò, il Mulino, Bologna, 1980, p. 11.), ovvero lo studio della lingua «non in quanto sistema astratto, o codice, ma in quanto centrale strumento di comunicazione concretamente usato presso le comunità sociali» (G. Berruto, La sociolinguistica, Zanichelli, Bologna, 1974, p. 4).

Carattere precipuo della lingua “calata” nella società è la diversità, la varietà. I principali fattori di variabilità linguistica sono cinque (G. Berruto, La variabilità sociale della lingua, Loescher, Torino, 1980, p. 28):

  • il tempo;
  • lo spazio;
  • gli strati sociali;
  • le situazioni comunicative;
  • il mezzo utilizzato.

Assunto cardine della ricerca sociolinguistica è quindi che la lingua, lungi dall’essere un blocco monolitico, sia piuttosto «la somma o il prodotto logico di più varietà» (J. Fishman, cit. in G. Berruto, La sociolinguistica, cit., p. 18); conoscere e saper parlare una lingua, possederne la competenza, coincide allora con la capacità di produrre e decodificare frasi in alcune o almeno in una delle varietà di quella lingua.

Preliminare all’individuazione delle varietà linguistiche è la distinzione fra lingua e dialetto. L’unico criterio sociolinguisticamente «neutro» su cui basare tale differenziazione risiede nelle «dimensioni»: poiché consente di comunicare con un maggior numero di persone, «una lingua è più grande di un dialetto» (R. A. Hudson, Sociolinguistica, cit., p. 45). È infatti possibile definire il codice (o lingua nazionale), come «il sistema linguistico (o la varietà del sistema) che una comunità, in genere coincidente con una nazione, adotta come contrassegno della propria identità, e impiega per tutti gli usi scritti e amministrativi» (G. Berruto, La sociolinguistica, cit., p. 63).

Per converso, il dialetto è uno strumento di comunicazione linguistica di ambito e impiego più ristretto che la lingua. Quest’accezione del termine consente di operare sia quando il dialetto è una varietà del codice (come nella situazione americana o tedesca), sia quando è un sistema autonomo e indipendente (come nella situazione italiana); com’è ovvio, nel primo caso i dialetti e la lingua non sono che varietà dello stesso codice, nel secondo costituiscono invece sistemi diversi per struttura e storia, e detengono pari dignità (G. Berruto, La sociolinguistica, cit., p. 64).

Come accennato, è possibile individuare diverse classi di varietà presenti in una lingua storico-naturale; esse sono riconducibili ai fattori sopra elencati (spazio, situazione comunicativa, etc.).

Le varietà diatopiche (o geografiche) sono legate alla distribuzione territoriale dei parlanti, alla «struttura spaziale» della comunità linguistica; sono pertanto marcate sia dal punto di vista fonologico, che morfosintattico e lessicale (G. Berruto, La variabilità sociale della lingua, cit., p. 27. Si tenga presente che sono soprattutto le caratteristiche fonologiche a distinguere le varietà geografiche: si pensi alle pronunce e alle cadenze dei parlanti italiani di regioni diverse. Cfr. G. Berruto, La sociolinguistica, cit., p. 74).

Costituiscono varietà geografiche: le lingue regionali; i dialetti – qualora non siano autonomi dalla lingua in oggetto – ; i patois (o parlate locali), e così via.

Va precisato inoltre che, mancando di «unità» perfino il «punto linguistico», si riconosce come varietà geografica minima l’idioletto: il complesso delle abitudini e delle modalità di realizzazione di ogni singolo individuo (G. Berruto, La sociolinguistica, cit., p. 71).

Le varietà diafasiche (o funzionalicontestuali) dipendono invece dalla funzione che la lingua deve svolgere nella situazione comunicativa; è possibile suddividerle in due categorie: i sottocodici, strettamente connessi all’argomento di cui si parla, e i registri, correlati con il destinatario e con il tipo di rapporto socio-comunicativo che con esso si intrattiene (G. Berruto, La variabilità sociale della lingua, cit., p. 29).

«I sottocodici presentano la seguente caratteristica: ai dati di base della lingua aggiungono dati particolari, che si riferiscono a un determinato settore» (M. Dardano, Nuovo Manualetto di linguistica italiana, Zanichelli, Bologna, 2005, p. 201). Per esempio, accanto a termini comuni, il sottocodice politico della lingua italiana comprende forme peculiari, utili a designare istituzioni e ideologie: «Presidente del Consiglio», «Parlamento», «socialismo» etc. Ciascun sottocodice può inoltre attribuire nuovi significati a espressioni preesistenti; la lingua del calcio, oltre a termini settoriali (e voci comuni), presenta vocaboli ripresi dall’italiano e opportunamente adattati: alla forma corrente «portiere» fa corrispondere l’accezione specifica di «giocatore che sta a guardia della rete ed è contrassegnato dal numero 1» (M. Dardano, Nuovo Manualetto di linguistica italiana, cit., p. 201. Si rinvia inoltre a G. Berruto, La sociolinguistica, cit., p. 69).

Proprio perché caratterizzati da un lessico «speciale», i sottocodici sono in genere posseduti da singoli settori della comunità parlante.

I registri «si realizzano, non aggiungendo qualcosa al codice, ma piuttosto scegliendo fra le diverse possibilità offerte dal codice stesso (possibilità di pronunce, morfologiche e sintattiche)» (M. Dardano, Nuovo Manualetto di linguistica italiana, Zanichelli, Bologna, 2005, p. 201). Essi non sono enumerabili, ma si dispongono lungo un continuum che va da un massimo a un minimo di accuratezza formale, e in cui è possibile individuare le seguenti sezioni: registro aulico (o solenne e ricercato), colto, formale (o ufficiale), medio, colloquiale, informale, familiare, intimo etc. Diversamente da quanto accade per i sottocodici, i parlanti (anche quelli meno «competenti») posseggono di norma diversi registri linguistici: sanno cambiare «tono del discorso» e usare diversi modi per esprimere lo stesso concetto.

L’inventario delle varietà diafasiche non è tuttavia esaurito dai tipi sopra elencati: esistono innumerevoli varietà individuali (o stili) e modalità d’uso, varietà che adoperano, combinandoli, molteplici registri e sottocodici: ne è un esempio la lingua della pubblicità (G. Berruto, La sociolinguistica, cit., p. 68).

Le varietà diastratiche (o sociali) riflettono la stratificazione sociale, fanno capo a specifici gruppi o classi socio-economiche: costituiscono perciò un forte fattore coesivo e identitario. È possibile annoverarvi, per esempio, la lingua popolare (la varietà di codice parlata da individui poco istruiti) e i gerghi (le «lingue» adottate da particolari gruppi e sottogruppi sociali con fini criptolalici). Poiché caratterizzati dalla sovrapposizione di significati «strani» a quelli «usuali», i gerghi sono anche «lingue speciali», cioè dotate di un proprio lessico; tuttavia, a differenza dei sottocodici, non hanno di norma carattere tecnico: si limitano a sostituire la lingua presso il gruppo che vi si riconosce.

Va inoltre sottolineato che se una varietà diafasica «inferiore», vale a dire un registro basso, volgare o informale, coincide con la varietà di lingua in uso presso una comunità, essa costituisce anche una varietà sociale: è il caso del Black English, «l’inglese parlato dal basso ceto negro americano» (G. Berruto, La sociolinguistica, cit., p. 75).

Le varietà diamesiche sono legate al canale comunicativo selezionato. I messaggi scritti si differenziano notevolmente da quelli parlati: posseggono di norma un alto grado di pianificazione e non sono strettamente connessi alla situazione. Il parlato (tipico) è invece tendenzialmente meno sorvegliato e più correlato ai fattori situazionali. Più in generale, è possibile ricondurre la contrapposizione scritto/parlato all’opposizione formale/informale (G. Berruto, Introduzione all’italiano contemporaneo / La variazione e gli usi, a cura di A. A. Sobrero, Laterza, Bari, 2006, p. 37). Ad ogni modo, si dà abbastanza di frequente uno scritto informale (si pensi ai romanzi neorealisti e alle lettere dei «semicolti») e un parlato formale (conferenze, comunicazioni ufficiali etc.) (G. Berruto, La sociolinguistica, cit., p. 77).

Va in ultimo precisato che la distinzione fra parlato e scritto ha una posizione particolare nella variazione linguistica: non si tratta propriamente di una dimensione accanto alle altre, ma di un’opposizione che percorre le altre dimensioni e allo stesso tempo ne è attraversata (G. Berruto, Introduzione all’italiano contemporaneo / La variazione e gli usi, cit., p. 37).

L’insieme delle risorse linguistiche a disposizione di una comunità parlante costituisce il repertorio linguistico. Ovviamente, la competenza del parlante non coincide con l’intera gamma di varietà presenti nella comunità cui egli appartiene: il repertorio linguistico individuale è sempre una sottoparte del repertorio della comunità (G. Berruto, Fondamenti di sociolinguistica, Laterza, Bari, 1995, p. 72).

Il caso più diffuso è quello di repertori bilingui o plurilingui, ovvero costituiti da due o più lingue, ciascuna diversificata nelle sue eventuali varietà (G. Berruto, La variabilità sociale della lingua, cit., p. 20). Più specificamente, «la situazione di bilinguismo implica che siano usate lingue diverse, ed è indipendente dal loro valore funzionale all’interno del repertorio» (G. Berruto, La sociolinguistica, cit., 80).

Si situa all’opposto la nozione di diglossia; essa prevede la «compresenza di più lingue o diverse varietà socio-geografiche di lingua, socio-funzionalmente ben differenziate» (G. Berruto, Fondamenti di sociolinguistica, cit., p. 227).

Bilinguismo e diglossia possono pertanto coincidere qualora le varietà specifiche funzionalmente differenziate siano lingue diverse, sistemi autonomi per storia e struttura. Sembra essere il caso della situazione italiana nel secondo Novecento, quando si avevano i dialetti, riservati agli usi quotidiani e la lingua, limitata agli ambiti scritti e ufficiali (G. Berruto, La sociolinguistica, cit., 80). Attualmente, pur essendo chiara la distinzione funzionale fra i due codici, lingua nazionale e dialetto vengono entrambi adoperati nella conversazione ordinaria; è perciò opportuno parlare di dilalia (G. Berruto, Fondamenti di sociolinguistica, cit., p. 246. Si rinvia inoltre a G. Berruto, Prima lezione di sociolinguistica, cit. p. 129). «Tratto definitorio della dilalia è appunto che sia la varietà A che la varietà B vengano usate, concomitantemente o in alternanza, nel  parlato quotidiano» (G. Berruto, Prima lezione di sociolinguistica, Laterza, Bari, 2004, p. 129).

Si ha invece diglossia senza bilinguismo, quando le varietà specifiche funzionalmente differenziate fanno capo allo stesso sistema. In Italia potrebbe essere considerata diglottica ma non bilingue la comunità toscana, dove dialetto e lingua sono varietà dello stesso sistema (G. Berruto, La sociolinguistica, cit., 80). Tuttavia, la vicinanza strutturale fra le due varietà «impedisce una reale cosienza di promozione di B come lingua alternativa», e ne favorisce l’uso commisto con A; è perciò più appropriato parlare di bidialettismo o polidialettismo (G. Berruto, Fondamenti di sociolinguistica, cit., p. 249). La situazione di bidialettismo prevede infatti la compresenza di una varietà standard e diverse varietà regionali e sociali scarsamente differenziate sia a livello strutturale che funzionale (Berruto, Prima lezione di sociolinguistica, cit., p. 130).

Si ha infine bilinguismo senza diglossia (o bilinguismo sociale o comunitario) quando due diverse lingue, pienamente elaborate e sviluppate vengono usate dalla comunità sullo stesso piano, senza significative e costanti differenze funzionali. Si tratta di una condizione piuttosto rara: è infatti difficile che l’uso di due lingue non comporti la specializzazione di almeno una delle due (G. Berruto, La sociolinguistica, cit., p. 80 Si rinvia inoltre a Berruto, Fondamenti di sociolinguistica, cit., p. 244; e a Berruto, Prima lezione di sociolinguistica, cit. p. 128).

Si definisce in ultimo unilinguismo il caso, poco frequente, di comunità parlanti il cui repertorio è costituito da una sola lingua con le sue varietà; si ha in genere unilinguismo in comunità a scala minore che una nazione (G. Berruto, La sociolinguistica, cit., p. 78). Tale nozione appare, ad ogni modo, assai generica: in base ai rapporti fra le la varietà e alla loro distribuzione negli usi, ogni comunità unilingue sarà più specificamente definibile come diglottica o bidialettale (M. Dardano, Nuovo Manualetto di linguistica italiana, Zanichelli, Bologna, 2005, p. 201)

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